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Candelora 2009: Dicono di noi

la candelora

In principio era il culto di Cibele, ora è quasi un Gay Pride. Con tanto di Luxuria

La (re)invenzione della tradizione. Torna (1 e 2 febbraio) il pellegrinaggio al santuario mariano: radici e polemiche

NAPOLI – Gli antichi documenti, ricuciti dalla certosina perizia di Roberto De Simone, offrono un quadro abbastanza chiaro: a Montevergine, sopra Mercogliano, prima del santuario cristiano c’era un tempio dedicato a Cibele. Che, come ci ricorda anche René Guénon, era la tipica dea della montagna, con marcate caratteristiche oracolari e misteriche. La potente divinità anatolica che ha originato l’intero universo senza bisogno d’intervento maschile, ed è la madre di tutti gli Dei, al tempo stesso è vergine inviolata. Era la dea che si voleva caduta dal cielo sotto forma di un oggetto di color nero— una pietra —; e da questa provenienza extraterrestre e dal forte legame con l’elemento- terra sarebbe in seguito scaturita la richiesta ai fedeli d’incidere la pietra con fregi e solchi, così come quella d’innalzare imponenti santuari in luoghi spesso inaccessibili (come il dirupo dove è poi sorto il santuario mariano avellinese).

Il culto, che si vuole caratterizzato anche da forti componenti sessuali, era praticato proprio nelle fenditure delle montagne, o in profonde nicchie e lunghe gallerie: un simbolismo che rimanda all’«antro » genitale femminile. Analoga immagine viene evocata dal leone con la bocca aperta e la criniera in evidenza, frequente nell’iconografia della dea in area anatolica e in tutto il bacino mediterraeno orientale. Solo successivamente, infatti, nel pelo leonino è stata proiettata l’immagine raggiata della corona solare. Altre caratteristiche dell’iconografia di Cibele sono poi il velo (o mantello), uno specchio, una melagrana e (come Demetra) le spighe d’orzo. Da cui si estraeva una sostanza che serviva a preparare una bevanda allucinogena indispensabile alle caotiche processioni dei fedeli, avanzanti al ritmo frenetico di timpani, cembali, flauti e tamburi. A guidare le cerimonie erano sacerdoti che dovevano innanzitutto raggiungere l’unione estatica con la dea attraverso il massimo distacco possibile dalle tentazioni della carne: l’evirazione. Dopo la consacrazione, indossavano abiti lunghi di color giallo-verde o arancione (tipicamente femminili) e si coloravano i lunghi capelli (non li tagliavano); inoltre si truccavano il volto (in particolare le sopracciglia) e, così preparati (travestiti), portavano le immagini della dea nei paesi della zona cavalcando degli asini e facendosi accompagnare dal suono di tamburi, corni e flauti, e dal lancio di petali di rose.

Un corteo spettacolare che serviva per attirare i fedeli, in modo da raccogliere le elemosine e permettere ai sacerdoti di esercitare le loro pratiche esorcistiche e divinatorie. Nella versione più popolare, inoltre, il culto prevedeva cerimonie assai violente, con danze di tratto sciamanico (il vorticoso girare su se stessi che oggi conosciamo grazie ai Dervisci), che davano vita a fenomeni di estasi e trance, preludio alle attività profetiche, e sfociavano pure nel ferimento dei partecipanti con lame e coltelli. Dalla Frigia il culto di Attis e Cibele si diffuse in tutta la Grecia, sino a giungere in Italia, caso unico di religione misterica introdotta dall’Urbe con una delibera statale. Perché, come scrivono Livio, Ovidio e Varrone, durante la seconda guerra punica e le campagne di Annibale, un’interpretazione dei Libri Sibillini profetizzò che il pericolo sarebbe stato allontanato solo portando in città la Madre degli Dei. Così, nel 204 a.C., il Senato ufficializzò il culto della dea facendo venire da Pessinunte la cosiddetta «pietra nera», suo simbolo, per accogliere la quale fu costruito un tempio sul Palatino. Tre secoli prima, la dea aveva fatto il suo ingresso tronfale ad Atene, anche in quel caso introdotta da un oracolo, quello di Delfi. Per Roma, fu anche un modo per evitare che il fermento eversivo contenuto nel culto popolare potesse finire fuori controllo. Ancor oggi la donna con le torri in testa (l’immagine di Cibele) rappresenta l’Italia. E va pure segnalata la traccia del culto di Attis e Cibele che si ritrova nel mondo cristiano: l’albero addobbato una volta all’anno (allora era un pino); la castità dei sacerdoti; il rito dell’eucarestia (mangiavano carne e bevevano il sangue del dio «che moriva e risorgeva»). E a proposito del rito del sangue va osservata più da vicino quella che Tertulliano definirà effusio sanguinis, che diventa semen christianorum.

Perché prima del cristianesimo fu proprio la Grande Madre a richiedere che il neofita venisse coricato in una fossa e ricevesse una pioggia di sangue di toro (come ricorda Prudenzio). Una cerimonia magica dalle origini remotissime che nei secoli si trasformò da rito propiziatorio in purificazione iniziatica, un mistero di trasformazione che rimanda a un’altra grande divinità che ha segnato non poco il cristianesimo: il dio Mithra. Ma torniamo sulla montagna irpina e ai travestiti con un documento del XII secolo: la Vita di San Vitaliano. In questa assai singolare biografia si scopre che il vescovo di Capua, che s’era ritirato a Montevergine per trascorrervi la vecchiaia, fu oggetto di una strana vendetta: i suoi nemici (lo odiavano perché uomo di virtù) durante la notte sostituirono i suoi abiti con vestiti da donna. La mattina dopo, il vecchio prelato non si accorse dello scambio e si vestì da donna celebrando così la messa. Lo scandalo fu grande come pure la punizione: lo misero in un sacco e lo gettarono in mare. Ma le vie del Signore sono infinite, e le storie delle origini della Chiesa molto simili tra loro: il buon uomo si salvò e approdò a Roma dove perdonò quelle carogne dei suoi fedeli e con loro tornò sulla Montagna, dove volle essere seppellito. La curiosa storia degli abiti femminili tornerà poi a Montevergine con un episodio tragico, l’incendio che colpì il monastero la notte di Pentecoste del 1611, quando fu distrutta la foresteria e morirono oltre 400 pellegrini. L’ira divina trovò subito una spiegazione popolare, anzi due.

La prima era legata al rinvenimento di molti corpi (tra quelli ancora riconoscibili) di uomini che erano coperti con abiti femminili. La seconda era da mettere in relazione ai riti che i fedeli celebravano: «come in stato di ebbrezza, schiamazzavano con canzoni profane… si erano abbandonati al canto e a battere strumenti a percussione all’interno del Santuario». Riti che, evidentemente, rimandavano alle arcaiche danze rituali e allo stato di possessione collegato agli antichi culti. Balli sfrenati, travestitismo, strumenti a percussione: il tempo non fa che scavare i solchi della tradizione. E per la Chiesa questo, a volte, è un problema. Risale ai primi anni Duemila, infatti, la polemica tra l’abate di Montevergine e alcuni fedeli a proposito della cosiddetta «juta dei femminielli », ovvero l’usanza del festoso pellegrinaggio di omosessuali e transessuali in occasione della Candelora (esattamente la stessa data che si festeggiava due millenni fa), un colorato e rumoroso corteo che parte da Napoli e arriva sino all’abbazia, dinanzi alla quale sfocia in una festa travolgente a base di canti, musiche e allegre danze. Segno indiscutibile di una straordinaria continuità culturale e religiosa che s’è mantenuta per oltre venti secoli e che nessun abate, evidentemente, potrà mai interrompere.

 

Antonio Emanuele Piedimonte
28 gennaio 2009

Il Mattino del 27/01/09
MAURA CORRADO Ad accendere i riflettori sulla provincia di Avellino, lunedì prossimo, non sarà solo la presenza di ministri e sottosegretari di governo. A Montevergine, infatti, si rinnoverà l’appuntamento con la festa della Candelora. Sacro e profano s’incontreranno davanti al Santuario di Mamma Schiavona: da un lato i fedeli in processione con le candele bianche da benedire per la festa della luce di Dio, la giornata in cui si celebrano la presentazione di Gesù al tempio e la purificazione della Madonna; dall’altro il “femminiello pride”, ovvero la “juta” di gay, lesbiche e trans che intonano, accompagnati dalle tammorre, canti di ringraziamento alla Madonna per il miracolo compiuto, come narra la leggenda, nel 1256. «Sarà una Candelora all’insegna della pacificazione. Da parte nostra non ci saranno provocazioni: non saremo davanti al teatro Gesualdo – annuncia Carlo Cremona, tra gli organizzatori della juta dei femminielli -. Anzi, invitiamo a Montevergine i ministri Rotondi e Carfagna». Il «femminiello pride» avrà un suo nutrito seguito di volti noti, anche della politica: da Vladimir Luxuria alla deputata del Partito Democratico Paola Concia, dall’assessore alle Politiche sociali del Comune di Napoli, Giulio Riccio, a Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay. Il tam tam per l’organizzazione di «Libero amore in libero Stato» quest’anno ha tra i suoi strumenti d’elezione Facebook: sul social network è stato creato un gruppo ad hoc per la costituzione della rete nazionale della Candelora Day. Due le conferenze stampa di presentazione: la prima, domani alle 10, al «Penguin Café» a Napoli, con un intervento in video di Luxuria; la seconda, sabato, ad Avellino. E non mancano neanche gli eventi correlati: domenica 1 febbraio, a partire dalle 23, presso l’agriturismo «Marsella» di Summonte, «Waiting Candelora by Muccassassina», e lunedì, al termine della juta, sempre da «Marsella», la tombolata dei femminielli con l’estrazione a sorte di un viaggio in una capitale europea per due persone.

Candelora Day ad Ospedaletto

Appuntamento il 2 febbraio nel centro irpino: interviene Vladimir Luxuria
E’ in programma per il prossimo 2 febbraio, in Irpinia l’appuntamento con una simbolica ed interessante festa di folclore carnevalesco – e non solo – che vede protagonista il comune di Ospedaletto d’Alpinolo: il Candelora Day. Anche nel 2009, a otto anni di distanza dal primo “Femminiello Pride”, si è pensato infatti di re-inventare la tradizionale ‘Juta a Montevergine’ (il pellegrinaggio di fede e cultura che si svolge nel mese di settembre in onore della Madonna del Santuario) e di renderla nuovamente un’occasione di confronto, dialogo e pacificazione tra culture diverse che vivono e condividono stessi luoghi attraversando antiche tradizioni e salvaguardando i nuovi diritti “di genere”. All’evento dovrebbero partecipare, tra gli altri, l’ex parlamentare Vladimir Luxuria (vincitore dell’ultima edizione dell’Isola dei Famosi), Gina Piscitelli, fondatrice Mit Napoli, Carlo Cremona, presidente i Ken Onlus.
antonietta miceli

A Montevergine, ogni 2 febbraio (giorno della festa religiosa della Candelora), si realizza una straordinaria alchimia folcloristica, che preannuncia i ritmi e i colori carnevaleschi, tra i ‘femminielli’, i loro ‘eredi’ (i militanti e le militanti delle associazioni per i diritti degli omosessuali, dei trans e delle trans) e tutti quelli che condividono pacificamente questa ricorrenza in una medesima giornata, pur attribuendole significati diversi. Si tratta del Candelora Day, una sorta di rivisitazione della tradizionale ‘juta a Montevergine’, il pellegrinaggio settembrino con cui ogni anno si onora la Vergine scura del famoso Santuario irpino. Questa seconda ricorrenza intende fare del luogo, già importante tappa del turismo religioso campano, uno spazio simbolico per la civile convivenza in un Paese che, come ha imparato a garantire e tutelare la libertà di culto, deve, secondo i membri della rete dei femminielli, imparare a garantire e tutelare le libertà di scelta delle persone a prescindere dal diverso orientamento sessuale o dal genere o dall’identità di genere. “Re-inventare la tradizione, che è di per sé già un’invenzione, significa per noi aprire uno spazio, restituirlo alla cittadinanza, renderlo praticabile e agibile per tutti e tutte”, spiegano i sostenitori della rete del Candelora Day, formata dalle associazioni i Ken Onlus, Rosso Fisso, Zia Lia Social Club, Arci e Giovani Comunisti. “Quel che abbiamo fatto in questi anni – continuano -, certamente in modo provocatorio, è stato rivendicare un posto in una società che sembra accettare solo l’uguale tra ineguali, l’omologazione, l’appiattimento sui modelli culturali dominanti. Ci affermiamo con la nostra presenza a Montevergine come altrove, al di là delle categorizzazioni imposte, a partire dalla vivibilità dei nostri corpi e delle nostre vite e dalla necessità di riconosce e tutelare pari diritti e dignità a prescindere da genere, sesso, identità di genere e orientamento sessuale”. Ecco perché l’associazione i Ken, con tutte le organizzazioni che in questi anni hanno preso parte alla Candelora, costituisce oggi la rete regionale per il Candelora Day e avvia la sottoscrizione della rete nazionale delle soggettività Lesbiche, Gay, Trans e Etero che sostenga concretamente la partecipazione al Candelora Day 2009.
Ogni anno, il 2 febbraio, in occasione della Candelora (festa della presentazione del Signore e della purificazione di Maria a 40 giorni dal parto del figlio maschio, detta così per le candele che vengono benedette a tal fine) tutti i “femminielli” da Napoli si ritrovano sul sagrato di Montevergine a intonare canti di ringraziamento alla Madonna Schiavona al ritmo della “tammurriata” (forma musicale tipica che prende il nome dal tamburo che scandisce il ritmo, detto “tammorra” o “tammurro”). Secondo una leggenda che si tramanda da secoli, la festa dei “femminielli” sarebbe ancora più antica della costruzione del Santuario stesso e risalirebbe addirittura al 1256, quando due omosessuali furono cacciati dalle mura cittadine per atti considerati osceni e portati sul monte Partenio per lasciarli morire in una giornata d’inverno. Invece, il miracolo si compì, e, oltre al sole che squarciò le tenebre, i due potettero anche accoppiarsi secondo le leggi di natura. I “femminielli” da anni si recano il 2 febbraio per ringraziare la Madonna per il miracolo compiuto, in una tammurriata di sincretismo religioso tra sacro e profano accettata da tutta la comunità che vi partecipa ormai da anni con grande coinvolgimento. Nel febbraio del 2002 l’abate del Santuario di Montevergine scacciò i “femminelli” dal sagrato della Chiesa accusandoli di “profanare un luogo sacro”. Ma l’Irpinia rispose facendo del 2 febbraio una giornata che parla ai diritti, alla dignità, alla sessualità liberamente vissuta di tutti e di tutte.

del 22-01-2009


Da Napoligaypress del 22/01/09: Waiting Candelora al Penguin cafè

Torna la collaborazione tra l’associazione i Ken Onlus e il Sott’e’ncoppa in preparazione della Candelora a Montevergine: mercoledì 28 cena-spettacolo con Miss Priscilla, Miss Drag Queen Italia 2007.

Durante la serata sarà possibile prenotare i posti sul bus che porterà tutti alla candelora il 2 febbraio ed acquistare le cartelle per la tombolata dei femminielli che terrà Vladimir Luxuria a Montevergine

Il Sott’e’ncoppa si trova a San Sebastiano al Vesuvio in Via Luca Giordano 24 [guarda la mappa].

Per info e prenotazioni: 347… | 392… | 329…



da Napoligaypress del 23/01/09: La Candelora a Montevergine con Vladimir Luxuria

L’appuntamento per chi vuole partecipare alla tradizionale Juta a Montevergine è per il 2 febbraio alle ore 11.00 alla funicolare di Mercogliano: l’associazione i Ken Onlus, insieme alle altre associazioni che aderiscono alla rete nazionale per la Candelora, organizzano autobus in partenza da Napoli.

Protagonista dell’intera giornata sarà Vladimir Luxuria, vincitrice dell’ultima edizione dell’Isola dei Famosi.

Ma la festa comincia già la sera prima con una cena all’Agriturismo Marsella a Summonte (Av) a cui seguirà la festa queer organizzata dal Muccassassina nella cantina dell’agriturismo.

Lunedì dopo i riti della Candelora si ritornerà all’agriturismo per il pranzo al termine del quale Gina Piscitelli (MIT Napoli) tirerà i numeri della tombola mentre al termine della giornata Vladimir Luxuria estrarrà un viaggio-premio per 2 persone in una capitale europea.

Per info e prenotazioni: 347… (Francesco) | 392… (Carlo) | 329… (Carolina)

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