
NAPOLI – Gli antichi documenti, ricuciti dalla certosina perizia di Roberto De Simone, offrono un quadro abbastanza chiaro: a Montevergine, sopra Mercogliano, prima del santuario cristiano c’era un tempio dedicato a Cibele. Che, come ci ricorda anche René Guénon, era la tipica dea della montagna, con marcate caratteristiche oracolari e misteriche. La potente divinità anatolica che ha originato l’intero universo senza bisogno d’intervento maschile, ed è la madre di tutti gli Dei, al tempo stesso è vergine inviolata. Era la dea che si voleva caduta dal cielo sotto forma di un oggetto di color nero— una pietra —; e da questa provenienza extraterrestre e dal forte legame con l’elemento- terra sarebbe in seguito scaturita la richiesta ai fedeli d’incidere la pietra con fregi e solchi, così come quella d’innalzare imponenti santuari in luoghi spesso inaccessibili (come il dirupo dove è poi sorto il santuario mariano avellinese).
Il culto, che si vuole caratterizzato anche da forti componenti sessuali, era praticato proprio nelle fenditure delle montagne, o in profonde nicchie e lunghe gallerie: un simbolismo che rimanda all’«antro » genitale femminile. Analoga immagine viene evocata dal leone con la bocca aperta e la criniera in evidenza, frequente nell’iconografia della dea in area anatolica e in tutto il bacino mediterraeno orientale. Solo successivamente, infatti, nel pelo leonino è stata proiettata l’immagine raggiata della corona solare. Altre caratteristiche dell’iconografia di Cibele sono poi il velo (o mantello), uno specchio, una melagrana e (come Demetra) le spighe d’orzo. Da cui si estraeva una sostanza che serviva a preparare una bevanda allucinogena indispensabile alle caotiche processioni dei fedeli, avanzanti al ritmo frenetico di timpani, cembali, flauti e tamburi. A guidare le cerimonie erano sacerdoti che dovevano innanzitutto raggiungere l’unione estatica con la dea attraverso il massimo distacco possibile dalle tentazioni della carne: l’evirazione. Dopo la consacrazione, indossavano abiti lunghi di color giallo-verde o arancione (tipicamente femminili) e si coloravano i lunghi capelli (non li tagliavano); inoltre si truccavano il volto (in particolare le sopracciglia) e, così preparati (travestiti), portavano le immagini della dea nei paesi della zona cavalcando degli asini e facendosi accompagnare dal suono di tamburi, corni e flauti, e dal lancio di petali di rose.
Un corteo spettacolare che serviva per attirare i fedeli, in modo da raccogliere le elemosine e permettere ai sacerdoti di esercitare le loro pratiche esorcistiche e divinatorie. Nella versione più popolare, inoltre, il culto prevedeva cerimonie assai violente, con danze di tratto sciamanico (il vorticoso girare su se stessi che oggi conosciamo grazie ai Dervisci), che davano vita a fenomeni di estasi e trance, preludio alle attività profetiche, e sfociavano pure nel ferimento dei partecipanti con lame e coltelli. Dalla Frigia il culto di Attis e Cibele si diffuse in tutta la Grecia, sino a giungere in Italia, caso unico di religione misterica introdotta dall’Urbe con una delibera statale. Perché, come scrivono Livio, Ovidio e Varrone, durante la seconda guerra punica e le campagne di Annibale, un’interpretazione dei Libri Sibillini profetizzò che il pericolo sarebbe stato allontanato solo portando in città la Madre degli Dei. Così, nel 204 a.C., il Senato ufficializzò il culto della dea facendo venire da Pessinunte la cosiddetta «pietra nera», suo simbolo, per accogliere la quale fu costruito un tempio sul Palatino. Tre secoli prima, la dea aveva fatto il suo ingresso tronfale ad Atene, anche in quel caso introdotta da un oracolo, quello di Delfi. Per Roma, fu anche un modo per evitare che il fermento eversivo contenuto nel culto popolare potesse finire fuori controllo. Ancor oggi la donna con le torri in testa (l’immagine di Cibele) rappresenta l’Italia. E va pure segnalata la traccia del culto di Attis e Cibele che si ritrova nel mondo cristiano: l’albero addobbato una volta all’anno (allora era un pino); la castità dei sacerdoti; il rito dell’eucarestia (mangiavano carne e bevevano il sangue del dio «che moriva e risorgeva»). E a proposito del rito del sangue va osservata più da vicino quella che Tertulliano definirà effusio sanguinis, che diventa semen christianorum.
Perché prima del cristianesimo fu proprio la Grande Madre a richiedere che il neofita venisse coricato in una fossa e ricevesse una pioggia di sangue di toro (come ricorda Prudenzio). Una cerimonia magica dalle origini remotissime che nei secoli si trasformò da rito propiziatorio in purificazione iniziatica, un mistero di trasformazione che rimanda a un’altra grande divinità che ha segnato non poco il cristianesimo: il dio Mithra. Ma torniamo sulla montagna irpina e ai travestiti con un documento del XII secolo: la Vita di San Vitaliano. In questa assai singolare biografia si scopre che il vescovo di Capua, che s’era ritirato a Montevergine per trascorrervi la vecchiaia, fu oggetto di una strana vendetta: i suoi nemici (lo odiavano perché uomo di virtù) durante la notte sostituirono i suoi abiti con vestiti da donna. La mattina dopo, il vecchio prelato non si accorse dello scambio e si vestì da donna celebrando così la messa. Lo scandalo fu grande come pure la punizione: lo misero in un sacco e lo gettarono in mare. Ma le vie del Signore sono infinite, e le storie delle origini della Chiesa molto simili tra loro: il buon uomo si salvò e approdò a Roma dove perdonò quelle carogne dei suoi fedeli e con loro tornò sulla Montagna, dove volle essere seppellito. La curiosa storia degli abiti femminili tornerà poi a Montevergine con un episodio tragico, l’incendio che colpì il monastero la notte di Pentecoste del 1611, quando fu distrutta la foresteria e morirono oltre 400 pellegrini. L’ira divina trovò subito una spiegazione popolare, anzi due.
La prima era legata al rinvenimento di molti corpi (tra quelli ancora riconoscibili) di uomini che erano coperti con abiti femminili. La seconda era da mettere in relazione ai riti che i fedeli celebravano: «come in stato di ebbrezza, schiamazzavano con canzoni profane… si erano abbandonati al canto e a battere strumenti a percussione all’interno del Santuario». Riti che, evidentemente, rimandavano alle arcaiche danze rituali e allo stato di possessione collegato agli antichi culti. Balli sfrenati, travestitismo, strumenti a percussione: il tempo non fa che scavare i solchi della tradizione. E per la Chiesa questo, a volte, è un problema. Risale ai primi anni Duemila, infatti, la polemica tra l’abate di Montevergine e alcuni fedeli a proposito della cosiddetta «juta dei femminielli », ovvero l’usanza del festoso pellegrinaggio di omosessuali e transessuali in occasione della Candelora (esattamente la stessa data che si festeggiava due millenni fa), un colorato e rumoroso corteo che parte da Napoli e arriva sino all’abbazia, dinanzi alla quale sfocia in una festa travolgente a base di canti, musiche e allegre danze. Segno indiscutibile di una straordinaria continuità culturale e religiosa che s’è mantenuta per oltre venti secoli e che nessun abate, evidentemente, potrà mai interrompere.
Antonio Emanuele Piedimonte
28 gennaio 2009
Il Mattino del 27/01/09
MAURA CORRADO Ad accendere i riflettori sulla provincia di Avellino, lunedì prossimo, non sarà solo la presenza di ministri e sottosegretari di governo. A Montevergine, infatti, si rinnoverà l’appuntamento con la festa della Candelora. Sacro e profano s’incontreranno davanti al Santuario di Mamma Schiavona: da un lato i fedeli in processione con le candele bianche da benedire per la festa della luce di Dio, la giornata in cui si celebrano la presentazione di Gesù al tempio e la purificazione della Madonna; dall’altro il “femminiello pride”, ovvero la “juta” di gay, lesbiche e trans che intonano, accompagnati dalle tammorre, canti di ringraziamento alla Madonna per il miracolo compiuto, come narra la leggenda, nel 1256. «Sarà una Candelora all’insegna della pacificazione. Da parte nostra non ci saranno provocazioni: non saremo davanti al teatro Gesualdo – annuncia Carlo Cremona, tra gli organizzatori della juta dei femminielli -. Anzi, invitiamo a Montevergine i ministri Rotondi e Carfagna». Il «femminiello pride» avrà un suo nutrito seguito di volti noti, anche della politica: da Vladimir Luxuria alla deputata del Partito Democratico Paola Concia, dall’assessore alle Politiche sociali del Comune di Napoli, Giulio Riccio, a Franco Grillini, presidente onorario dell’Arcigay. Il tam tam per l’organizzazione di «Libero amore in libero Stato» quest’anno ha tra i suoi strumenti d’elezione Facebook: sul social network è stato creato un gruppo ad hoc per la costituzione della rete nazionale della Candelora Day. Due le conferenze stampa di presentazione: la prima, domani alle 10, al «Penguin Café» a Napoli, con un intervento in video di Luxuria; la seconda, sabato, ad Avellino. E non mancano neanche gli eventi correlati: domenica 1 febbraio, a partire dalle 23, presso l’agriturismo «Marsella» di Summonte, «Waiting Candelora by Muccassassina», e lunedì, al termine della juta, sempre da «Marsella», la tombolata dei femminielli con l’estrazione a sorte di un viaggio in una capitale europea per due persone.
Candelora Day ad Ospedaletto |
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| Appuntamento il 2 febbraio nel centro irpino: interviene Vladimir Luxuria | |||||
| E’ in programma per il prossimo 2 febbraio, in Irpinia l’appuntamento con una simbolica ed interessante festa di folclore carnevalesco – e non solo – che vede protagonista il comune di Ospedaletto d’Alpinolo: il Candelora Day. Anche nel 2009, a otto anni di distanza dal primo “Femminiello Pride”, si è pensato infatti di re-inventare la tradizionale ‘Juta a Montevergine’ (il pellegrinaggio di fede e cultura che si svolge nel mese di settembre in onore della Madonna del Santuario) e di renderla nuovamente un’occasione di confronto, dialogo e pacificazione tra culture diverse che vivono e condividono stessi luoghi attraversando antiche tradizioni e salvaguardando i nuovi diritti “di genere”. All’evento dovrebbero partecipare, tra gli altri, l’ex parlamentare Vladimir Luxuria (vincitore dell’ultima edizione dell’Isola dei Famosi), Gina Piscitelli, fondatrice Mit Napoli, Carlo Cremona, presidente i Ken Onlus. | |||||
| antonietta miceli | |||||
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